epilogo … (ma è solo il titolo di una canzone)

27/10/2010

a tutti i compagni d’avventura, a tutti i fratelli, a tutti quelli che credono che la strada sia l’unico possibile testo sacro a questo mondo ….

elegantemente, andres

Ti è mancata la speranza, la forza l’uguaglianza
dei contadini curvi sulla terra
ti è mancata l’innocenza, la perseveranza
di un raccolto andato a male a primavera

ti è mancata una patria e un po’ di appartenenza
il sentire delle tue radici
forse il senso del dovere, oltre a quello del piacere
un po’ di sale e di maturità

Quanti mondi, quante storie quante le combinazioni,
che arrendersi è storia da vigliacchi
tanto la vita ti darà lenzuola bianche e pane caldo
e a me la polvere delle strade

Ti è mancata una famiglia a cui voler davvero bene
e una casa da non disprezzare
quando fuori farà freddo e pioverà davvero forte
in quale letto ti andrai a riscaldare

E poi tu non pensare
che sia tutto qui
quanti orizzonti non abbiamo avuto modo di guardare e poi
non restano che le canzoni
specchi nei ricordi
per il giorno che vorrai andare via

Tutto passa e tutto cambia è così facile a capirsi
eppure ogni volta ci caschiamo
bisognerebbe ritornare alla canzone popolare
che suonava l’ora alle stagioni

bisognerebbe visitare centomila cimiteri
e festeggiare la vita ogni sera
come le grandi carovane degli zingari dell’est
sotto la guerra, il vino e la miseria

Ma poi tu non pensare
che resti tutto qui
dentro queste stanze quante volte hai visto
dove può arrivare un uomo
la musica e l’ideale
schiusi negli sbagli, dietro ai muri
che mi portano via da te

Che disastro amore mio era davvero necessario
dare fuoco a tutta questa polveriera
che disastro amore mio era davvero necessario
trasformare questo cielo in galera
Ma ora aspettami ti prego non lasciarmi qui da solo
tra tutte queste rovine
io che ho visto tutto il vuoto di un andare senza scopo
sopra strade senza inizio e senza fine

E poi ovunque andrai
ricorda la poesia
nasce dalla terra e fiorisce nei giardini di chi sa vedere
Dio dietro le cose
brucia nelle piazze e nei sorrisi più segreti dell’umanità …

segnali di vita

20/10/2010

dopo esattamente tre mesi torno ad aprire la impolveratissima serratura di questa pagina, tanto che avevo anche perso la chiave ed ho dovuto cambiarla … questo silenzio non è stato docuto alla mia solita incostanza o al fatto che ormai non riesco più a esprimermi in italiano, ma (anche se non posso dirlo con certezza) credo più al fatto che ad un certo punto sono stato risucchiato da questa vita in questo pazzo e lindo paese … ed una volta risucchiato ho vissuto tutto troppo sulla pelle che non è più pelle ma callo annerito sui miei piedi eternamente scalzi, troppo per poterlo rielaborare con le parole … ossia quando ci sei dentro non ti ci vedi più da fuori, e figurati se riesci a scriverlo con le dita su un pezzo di plastica giapponese … so già che al ritorno nella bella italia riprenderò a scrivere a manetta (segnatevela questa!) perchè laggiù scrivere sarà come camminare a piedi scalzi …

e siccome non penso che scriverò più da qua, ecco le parole di un compagno di avventura, spesso compagno di stanza e forse anche un amico, un altro fratello figlio di questa generazione maleducata, che lui, minchia, non so dove trova sempre tutte ste parole …

Ció che resterá (non sará solo questa confusione

di Marco “diajane” Ceccarelli
Le diversitá finalmente vissute nell’unitá: indigeni che ancora credono basti ció che ti dá la Natura per vivere bene, andini alti 1 metro e mezzo con strani vestiti ottocenteschi, ragazzini della sierra che mi parlano in inglese rincorrendo un immaginario che non gli appartiene, estroversi e inaffidabili costeñi che ostentano la semplicitá del loro vivere, forse per nascondere la loro reale voglia di riscatto.

E ancora, gli odori, i sapori di questa terra magica, la leggera bellezza nel poter vivere la vita senza regolamentarla in ogni suo aspetto: camere da letto adibite a bar, salotti improvvisati a ristoranti, persone diverse che non percepiscono il pericolo o la stranezza di viaggiare senza posto a sedere, venditori ambulanti senza licenza che preparano “empanadas” per agenti di polizia.

Bambini giá abituati ad assumersi autonomamente responsabilitá e dolori, salsa e bachata vissute con disagio, come se tutti, intorno a te, ti deridessero in silenzio, i tanti tipi di formaggio che poi scopri avere lo stesso sapore.

Il poter passare dall’inverno all’estate con solo 6 ore di bus rendendo impossibile discernere semplici concetti quali spazio e tempo, il nervosismo del Lunedí mattina, le parti di merda fuori luogo, la Maria che costa meno delle sigarette, la frutta con sapore di frutta.

Le mille ore di bus, i tanti e colorati paesaggi filtrati da sporchi finestrini e cullati da buona musica, la frase di Silvia che riassume in poche parole questa continua ricerca, la serena nostalgia di un passato recente, la scoperta di una Chiesa un pó meno rigida, un pó piú umana, sicuramente piú bella dei suoi vertici, e la diarrea una volta al mese manco fossero rate da pagare.

Come dimenticare, poi, i tanti piccoli disagi col tempo assimilati, alcune “comoditá” di cui non percepisci piú la mancanza, la rinnovata consapevolezza del poco che ci basta per vivere bene.

La carta igienica nel cestino, pueblitos con piú cani che persone, l’iniziale piacere ed il successivo fastidio nell’avere decine di occhi femminili affascinati dalla novitá che rappresenti. La generale chiusura degli ecuatoriani e l’impossibilitá di creare rapporti leggermente piú intimi, cosí come la conseguente diffidenza che ne nasce, impedendoti di apprezzare le eccezioni.

Il Natale in Amazzonia e il capodanno al mare festeggiato due volte, ora italiana e ora ecuadoriana.

E poi, Io, con la mia voglia di cambiare il mondo per non cambiare me stesso, le innumerevoli notti insonni, madri di decine di poesie, questa inquietudine, unica amica e compagna che sa capirmi in tutte le mie parti, la scoperta di “Dio” negli occhi di persone sconosciute, la piccola infinita speranza che solo si trova nell’individuo, non altrove, con soddisfazioni che assomigliano ad innamoramenti.

Un ideale da altri sinora spacciato per utopia, che improvvisamente diventa realtá, dando coraggio ai miei sogni e privando altri della loro apparente, fredda, pacata e “realista” sicurezza.

La paura di un amore troppo forte, il timore di dimenticare sé stessi e le proprie necessitá ripercuotendole sull’altro, la prigionia dentro un rassicurante relativismo, sintomo di insicurezza, che rende solo immobili.

L’unghia dell’indice annerita e poi caduta ed il dolore dei 5 chili piombati su di essa, il “puntino nero” sull’unghia, questa volta del mio alluce, ricordo della prima volta in Amazzonia.

Giá, l’Amazzonia: prima e unica volta in cui mi sono sentito parte completa di un “qualcosa” senza la vanitosa e puerile necessitá di distinguersi, affermando ad oltranza la propria unicitá.

Voi e la speranza del mio volto che sfiora passeggero i vostri pensieri..

Un anno bellissimo perché difficile, che mi ha reso, non migliore, non peggiore, sicuramente un Uomo: emozioni, frustrazioni, delusioni, emarginazione ma anche risa, condivisione, nostalgia, luciditá.

Ed infine. L’umana professionalitá di Danilo, i mille sorrisi intervallati dai baci di Alessandra, la stupefacente ed incostante genialitá di Andrea, la sofferente empatia con Matte, la stima ricercata dalla grandezza di persone quali Mariangela e Cetty, che rende orgogliosi essere ció che siamo, l’armoniosa tranquillitá di Silvia, la paura di una ricchezza spirituale sotterrata dal cabaret di Lorenzo, la bellezza di cambiare opinione verso una persona, “Il Vecio”. Cosí come i mille volti di persone lontane sedute all’altro lato della scrivania, che incarnano sofferenze che senti vicine.

Volti oramai diventati punti di riferimento. Momenti ed emozioni condivise che accelerano tempi e bruciano tappe, finalmente senza negative conseguenze.

Stima e considerazione piombatemi addosso dalle piú svariate anime, nonostante il  piú chiuso, diffidente, riservato Marco degli ultimi 25 anni.

L’Ayuahuasca

Non voglio recitare la parte dell’Uomo che torna cambiato, perché testimone di una parentesi di vita vissuta che voi, povere e italiane anime in pena, mai potrete capire. Non mi sono mai piaciuti, fin da ragazzino, i volti abbronzati e le bocche riempite da gonfiati racconti di esperienze impavide. Il contesto che ci circonda mai puó determinare in toto la qualitá o il valore di una persona. Certo é che esso puó aiutare questa, affinché scopra parti di sé fino a quel momento neanche sfiorate.

Torna  Marco, insomma. Quello di sempre. Solo che torna e non vuole scherzare piú.

Poche parole non lasceranno un vuoto, se riusciró nell’impresa di riempire questo con atti, dimostrazioni, esempi, gesti. Rendere finalmente coscienti le persone che é possibile far nascere, sbocciare e fiorire tutto ció che vogliamo.

Basta enunciare concetti, quindi.

Pratichiamoli no más….

comunicazione semiaffettiva

20/07/2010

avrete notato una certa trascuratezza in queste pagine ultimamente … è che sto lavorando con ritmi da mulo e anche che dopo 230 giorni alle spalle senza mai una reale vacanza ci si inizia ad alienare un po’ ..da quelle parti tutti se ne vanno in vacanza, invece qua ci sbattiamo circa fino al 20 di agosto ….quindi fino a questa data il blog è ufficialmente mezzo in vacanza e voi più o meno tutti col culetto a bagno a mare ….

quindi per il momento vi lascio con questo ….

La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento.
Per esempio ecco un astuccio di cartone che contiene la mia bottiglia d’inchiostro. Bisognerebbe provare a dire come la vedevo prima e come adesso la…
Ebbene! È un parallelepipedo rettangolo che si distacca su — è idiota. Non c’è nulla da dirne. Ecco quel che si deve evitare, non bisogna mettere dello strano dove non c’è nulla. Credo sia questo il pericolo, quando si tiene un diario: si esagera tutto, si sta in agguato, si forza continuamente la verità. D’altra parte son certo che da un momento all’altro — sia a proposito di questo astuccio che di qualsiasi altro oggetto — io posso ritrovare l’impressione dell’altro ieri. Devo star sempre all’erta altrimenti essa mi scivolerà ancora di tra le dita. Non bisogna… ma notare accuratamente e con i maggiori particolari tutto ciò che succede.

incipit de La Nausea, Jean-Paul Sartre

tornando all’Ecuador (perchè è quaggiù che sto…) … cartoline!

11/06/2010

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ennesimo epilogo indifferente: il Cloro non c’è più

09/06/2010

Questa mattina mi è arrivata una mail, l’ oggetto dice Il CSOA Cloro Rosso di Taranto non c’è più!

Mi ha preso una cosa allo stomaco.

Non per il fatto in sè, ma per l’indifferenza che mi sono immaginato. L’ indifferenza della città più indifferente d’Italia, l’indifferenza del “ce m’n futt’ammè”, l’indifferenza per dei ragazzi cresciuti nell’indifferenza che da due anni lottavano contro l’indifferenza, immersi nell’indifferenza per cercare di fare la differenza.
Io non sono uno dei ragazzi del Cloro Rosso, ma ne conosco, e anche bene, e ho imparato a capire giorno per giorno, per due anni,  cosa questo nome dal significato oscuro in realtà rappresentasse per loro e (avrebbe dovuto) per la bella e maledetta città di Taranto: il Cloro era, è il Posto …
Il posto che prima non si aveva e che con le mani, le spalle e la gola questi ragazzi hanno costruito. Ci hanno costruito, perchè a prescindere dalle idee, dai modi, dai vestiti, dalla musica, dal pane a un euro e tutto il resto, questi ragazzi in fondo volevano regalare qualcosa alla loro città, giusto perchè è la loro città. Un regalo. A caval donato non si guarda in bocca dicono, ma la scostumatezza è regola ormai ed i proverbi non valgono più già da un pò …
I modi, le uniformi, i mezzi uomini e i pastrocchi di questo epilogo sono stati anche essi ben all’altezza di ciò che rappresentano: un cazzo, e manco dritto.

Ma, tornando alla mia cosa allo stomaco, alla mia incazzatura, perchè questo è il mio blog …e sono lontano … e non ho nessuno con cui incazzarmi …

E’ possibile cristoddio vivere una gioventù fatta solo di epiloghi? Una gioventù intera, non qualche anno, una gioventù che è un continuo funerale della gioventù, un continuo epilogo, un continuo chiudersi di porte e sbattere di portoni. Apri internet la mattina per le notizie e vedi che in Italia, dove è già pomeriggio, anche oggi sono riusciti a ricoprirsi di altri due metri di merda tutti, i presidenti, i boschi, i bertolasi, la costituzione, i monumenti, le strade, gli stadi, i padri e le madri e ti passa anche la voglia di cacare.
E possibile vivere una gioventù fatta di sogni nati morti? Qual è la definizione di gioventù? Cosa ci differenzia dai vecchi, dalle mezze età, dalle piante? E’ possibile vivere una gioventù fatta di epiloghi? Non lo so, però cari miei coetanei e giovani tutti, vi rivelo qualcosa di incredibile: la stiamo vivendo! Ce la stanno facendo vivere, qualcuno si è goduto il film e noi stiamo vivendo, studiando, lavorando, trombando, pisciando, mangiando, crescendo e tutte le altre cose da giovani, dove? nel bel mezzo dei titoli di coda, che riportano sempre gli stessi nomi, le stesse facce, le stesse parole totalmente fuori dal tempo, e quindi, nell’epoca dell’ HD, del FULL COLOR, ecc ecc, noi siamo così: giovani in mezzo ai capelli grigi o tinti e soprattutto in mezzo a strade senza bambini.

E ora, prima di concludere questo snervante e, per alcuni, volgare post, vorrei rivolgermi ai nostri padri, alle nostre madri, o per lo meno a quelli che ancora si ricordano di esserlo tra tutti i mezzi problemi della mezza età (termine esistente solo nei paesi ricchissimi e non in biologia). Sedetevi comodi e guardateci tutti negli occhi, tutti insieme: quante volte avete detto, sentito, scritto, urlato, “per il futuro dei miei figli”, “mio figlio”, o peggio “i nostri figli”, “un avvenire”, “i giovani di oggi …”, “un domani”, o peggissimo “devi costruirti un futuro” … io vi chiedo: avete mai ragionato sul fatto che a sessant’ anni non siete ancora nonni? ve lo siete mai chiesti davvero? vi sembra normale guardando millenni di storia dell’ uomo e della civiltà? e vi chiedo un’ altra cosa, una informazione, un dettaglio tecnico e scusate se alzo un pò la voce … dove avete nascosto il nostro cazzo di futuro??? E’ mai esistito? Perchè credo sia ora di tirarlo fuori visto che ha già cambiato nome: si chiama Presente e bisogna consumarlo una volta scongelato …
E ora, per concludere, mi rivolgo ai miei coetanei, a noi ggggiovani tutti (con particolare riguardo per quelli della mia città e delle città come la mia), quando ci guardiamo allo specchio per pettinarci, farci le sopracciglia, lavarci i dentini, controllare quanti capelli ci hanno fatto perdere, o semplicemente sorriderci, ricordiamoci anche di staccare per qualche secondo lo sguardo da noi stessi e guardare un attimo cosa abbiamo intorno, di sicuro non vedrete una pensione, ma un lavandino, una doccia, un cesso, in Italia anche un bidè e in qualche caso una finestra, proviamo ad affacciarvici e guardare fuori, proviamo ad apprezzare ogni tanto davvero qualcosa, proviamo cosa significa provare, non essere dietro delle sbarre, avere l’acqua corrente, proviamo ad apprezzare i rari sorrisi dei passanti, e … questo è un ordine … proviamo ad odiare, proviamo ad odiare l’indifferenza! L’indifferenza per dei ragazzi cresciuti nell’indifferenza che da due anni lottavano contro l’indifferenza, immersi nell’indifferenza per cercare di fare la differenza …
…e impariamo ad apprezzare e forse anche a ringraziare un nostro coetaneo, un altro gggiovane, se, per una volta, o anche per un paio d’anni, ha rifiutato gli epiloghi per tentare di scrivere una storia …

qui di seguito la mail che mi ha fatto incazzare stamattina …

Il Cloro Rosso non c’è più!

Gianmario Leone
g.leone@tarantoggi.it

Dopo oltre due anni di attività il C.S.O.A. di Taranto non ha più una casa

Il C.S.O.A. Cloro Rosso di Taranto, da ieri, non ha più una casa. E, molto probabilmente, non avrà più nemmeno un futuro. E’ questa la più amara delle conclusioni che siamo costretti a trarre, nostro malgrado, dalla infausta giornata vissuta ieri. In una calda e afosa giornata di inizio giugno, Taranto perde una struttura che, malgrado il suo status al di “fuori” dei limiti imposti dalla legge, ha provato a rendere questa città un luogo migliore in cui vivere. Il tutto, manco a dirlo, è avvenuto in un’indifferenza quasi generale. E in un vuoto politico e istituzionale che mette i brividi.
Dopo quasi due settimane di trattative avvenute tra il Comune e i ragazzi del Cloro Rosso, è sin troppo chiaro che qualcuno ha giocato su più tavoli, costruendo un’operazione politica coi “fiocchi”, tesa unicamente a sfruttare l’inesperienza e la buona fede dei ragazzi del centro sociale. Che ieri mattina, alla buon’ora, si sono visti arrivare all’improvviso, uno spiegamento di forze imponente e alquanto fuori luogo: vigili urbani, polizia in assetto anti sommossa, agenti della digos, in tutto un centinaio di uomini pronti ad effettuare lo sgombero forzato della struttura dell’ex plesso “Martellotta”. Nemmeno ci trovassimo di fronte ad un covo di uno dei più ricercati latitanti mafiosi.
La sorpresa dei ragazzi è stata tanta: perché, se è vero che l’ordinanza di sgombero firmata dal sindaco Stefàno lo scorso 18 maggio ha seguito il suo iter burocratico e, scaduti i 10 giorni previsti dalla legge, si è tramutata in un atto di sgombero forzato e immediato, è anche vero che il protocollo d’intesa raggiunto tra le parti nei giorni scorsi, ma mai approvato dalla giunta comunale, era stato messo in piedi proprio per evitare un simile triste finale.
Sul posto sono anche intervenuti l’assessore alle politiche sociali del Comune Mario Pennuzzi (che ha mostrato tutto il suo stupore per la situazione, visto che lui stesso ha dichiarato di non essere a conoscenza che fosse prevista tale azione di sgombero) e, a sorpresa, l’assessore regionale alle politiche giovanili e innovazione della Regione Puglia Nicola Fratoianni, ieri a Taranto per impegni istituzionali. La presenza dei due assessori è stata immediatamente sfruttata al fine di imbastire una trattativa tra i giovani del centro e le forze dell’ordine, che ha avuto come obiettivo primario quello di evitare il nascere di ulteriori e inutili tensioni tra i presenti. A quel punto però, per i ragazzi del centro è stato sin troppo chiaro che c’era ben poco da fare. Bisognava solo scegliere il modo politico migliore per “firmare” una resa incondizionata ed inevitabile.
I ragazzi del Cloro Rosso hanno così  deciso di recarsi spontaneamente presso Palazzo di Città per consegnare le chiavi della struttura al dirigente del Patrimonio del Comune. Atto intelligente e ponderato, che ha permesso al Sindaco di fermare l’azione di sgombero forzato. Ma che non ha salvato la storia e il futuro del Cloro Rosso. Perché subito dopo, il Sindaco (che come l’assessore Pennuzzi è caduto dalle nuvole quando ha saputo dell’azione di sgombero!?!) ha emesso una seconda ordinanza che prevede il liberare entro 15 giorni la struttura di tutti i beni immobili presenti all’interno del centro sociale. Questo perché, come sostenuto dall’assessore Pennuzzi, che tramite delega del primo cittadino ha da ieri la gestione della struttura insieme al consigliere comunale Ciccio Voccoli, l’obiettivo primario del Comune è quello di far partire i lavori di ristrutturazione per poi lanciare il bando di gara che assegnerà la struttura. A chi, non è dato sapere, visto che lo stesso Pennuzzi ha dichiarato che l’ex plesso “Martellotta” sarà comunque, un domani, messo a disposizione di non precisati giovani della città di Taranto che vorranno utilizzarlo.
Ma la delusione dei ragazzi del Cloro Rosso è dovuta anche ad altri motivi. Come si ricorderà, il Comune aveva proposto il cine-teatro Mignon di Paolo VI, come struttura alternativa da utilizzare durante tutto il periodo dei lavori da effettuare per la messa a norma della ex “Martellotta”. Ma la scelta del Mignon si è subito rivelata deleteria. Ci ha pensato il consiglio circoscrizionale del quartiere Paolo VI, a mandare un messaggio sin troppo chiaro ai ragazzi del Cloro, durante una seduta svoltasi attraverso toni alquanto accesi: il Cloro Rosso qui non lo vogliamo. Punto e basta.
Addirittura pare che “ignoti”, nei giorni scorsi, si siano addentrati nella struttura imbrattando i muri con scritte sin troppo eloquenti nei confronti dei ragazzi del centro sociale. Il perché di tanto astio non è dato sapere. Quel che è certo è che si è rispedita al mittente la possibilità di fornire all’intero quartiere un momento di sviluppo e di crescita sociale ed umana, preferendo lasciare il Mignon inagibile e abbandonato a se stesso.
Insomma, se da un lato si ha l’impressione che questa città sia il primo esperimento a livello nazionale di una gestione anarchica della cosa pubblica, visto che il Sindaco e un’assessore non erano a conoscenza di un’azione congiunta tenuta da vigili urbani e forze dell’ordine, dall’altro resta la profonda delusione nel vedere una struttura come il Cloro Rosso sparire dall’oggi al domani, senza una reale e vera motivazione politica.
Dove andranno a finire ora gli attrezzi della palestra sociale messa in piedi per permettere ad oltre 60 ragazzi di usufruire di un servizio gratuito? Dove troveranno posto i tanti libri che riempivano gli scaffali della biblioteca sociale, che chiunque poteva leggere e prendere in prestito? Ma soprattutto, viene da chiedersi cosa ne sarà ora di quel gruppo di ragazzi che oltre due anni fa ha “sfidato” la politica e la burocrazia della “Molle Tarentum”, per provare a dare un segno di svolta alla realtà giovanile e non di questa città. Probabilmente queste nostre domande non troveranno mai risposta.
Allo stato attuale delle cose dunque, da ieri, il C.S.O.A. Cloro Rosso di Taranto ha cessato di esistere. E lo slogan più famoso del centro, “fino all’ultimo respiro”, sembra oggi assumere le sembianze di un fosco presagio che ha trovato la sua realizzazione in una calda giornata di inizio giugno. La speranza, vana, è che ciò si riveli solo una nostra previsione sbagliata.
“Non rinchiuderti, partito, nelle tue stanze, ma resta amico dei ragazzi di strada” (V.V. Majakovskij). “Arrivederci” Cloro Rosso.

Fotosintesi notturna (echi di una città lontana)

28/05/2010

Si muovono a scatti, come insetti infastiditi dalla luce, le macchine comprate a rate e a tasso zero nei parcheggi bui dei centri commerciali o nelle corsie dei vialoni metropolitani (quelli che al posto degli alberi hanno i guard-rail). All’ interno delle fredde lamiere verniciate, stanno i corpi caldi, poggiati, come cartoni su un divano in estate, spezzati su sedili acrilici, retti da spine dorsali e da nervi saldati, dall’ insonnia morbosa accentuata dagli arbre magique e dall’ iniezione diretta. Si accucciano, si accroccano, si accoppiano, si accerchiano, si accalcano e poi si rimettono in pista, fiduciosi nell’ onda verde, innamorati della quinta. Sportivi, senza frecce, con la giacca, senza giacca, accompagnati, spaiati, sono tanti, ma non si affollano mai, che la notte c’è sempre spazio e di mercoledì a maggior ragione. Indipendenti dal black-out e dai lampioni, anti-ecologici, automobilizzati, automuniti, ammoniti dalle mogli, espulsi da soli, sfiniti, non dormono, continuano a scorrere sui rettilinei, lasciando nelle stanze dei dormienti fugaci rumori di pistoni e pneumatici rotolanti, ed un bagliore che trapassa le tapparelle e si stampa puntiforme sulle pareti arredate. Non temono neanche i trambusti esagerati, quelli da saltare in piedi sulla rete del letto, fuori tema, fuorilegge, fuoridecibel, fuori di casa: i fragori dei rifiuti non differenziati che si schiantano nel vorace e ferreo ventre dei camion della monnezza. – RATATRAN RATRANTT – Elefanti municipali arrugginiti, lentissimi, bisognosi di lubrificante, ingordi di solo lerciume, loro, i bulimici della discarica, annunciano lo sbocco imminente con silenziose sirene che macchiano di giallo spento i portoni e le facce degli sporadici animali a sangue caldo che il buio artificialmente illuminato nascondeva: gli eroi, i temerari, i camminatori notturni. Bestemmiatori agonistici, con la bottiglia di birra nella busta di plastica bagnata dal grande umido delle ore piccole, percorrono sentieri urbani marcia(p)piediati verso le fermate dell’ Autobus Notturno, ultima speranza (alimentata a metano) per la lunga discesa alla periferia sud, calpestano gomme da masticare ormai nere e innocue, scalciano pacchetti di sigarette, le mani in tasca e i piedi claustrofobici, alla ricerca (se non del caldo) di un freddo migliore, perchè sanno che tra la strada e la casa c’è comunque di mezzo il pianerottolo…  E intanto quelli altri, inscatolati, sfreccianti, rimbalzanti sulle sospensioni scariche, dietro i finestrini alzati, non smettono di autotrasportarsi, immobili, con l’illusione del moto perpetuo e della climatizzazione di serie.

a tutti i Diego del mondo …

27/05/2010

il blog è in pausa fino al prossimo lunedì a causa di impegni amazzonici …

…aspettando il post …

…a tutti i Diego e i bambini del mondo …

Prospettiva piedi

18/05/2010

Domenica sera ho preso l’ennesimo bus di questo duemiladieci, ma per la prima volta non c’ era posto a sedere, cioè era la prima volta che ciò succedeva su un bus di lunga percorrenza. Atacames – Quito sono circa otto ore, si parte di sera e si arriva di mattina, poi da Quito a Tena altre cinque, diciamo che possiamo considerarla una tratta a lunga percorrenza.
Speravo di finire davanti con gli autisti, dove di solito c’e’ un bello spazio con una specie di materasso e si possono anche fare due chiacchiere se non si riesce a dormire, ma invece, dopo lunghe e savie consultazioni, il “personale di bordo” ha deciso di allestire un giaciglio di fortuna in fondo al corridoio, tra il bagno e i due sedili dove riposa russando il grasso autista del secondo turno. Il controllore (che qui assume quasi le funzioni di uno steward) mi sistema due cuscini quadrati di gommapiuma rivestita a mo’ di sedile, cioè uno verticale come schienale e l’altro orizzontale per sedersi, una roba, se vogliamo, anche scenica ma per niente comoda, quindi poco dopo decido di cambiare i programmi e cambiarne la disposizione. Metto a terra entrambi i cuscini, lo zaino sotto la testa ed ecco che sono steso comodissimo su un materasso di fortuna molto più comodo dei classici sedili reclinabili. Di fronte a me tutto il corridoio, illuminato da piccole luci blu al pavimento ed ai lati dei porta oggetti, poi gli sbalzi della strada sconnessa e le frenate improvvise che fanno scivolare i cuscini e mi costringono a tenermi saldo con i piedi al sedile davanti. Il tutto dava l’impressione di essere distesi su una pista d’ atterraggio di notte o di essere dentro Guerre Stellari, ma il russare dell’ autista in seconda ed il film cinese di Kung Fu, riportavano ben presto alla realtà ecuatoriana di un bus della TransEsmeraldas che crede di essere un aeroplano. A confermare questo delirio di identità c’ è stato un episodio che per me ha rappresentato cinque minuti di quasi terrore ed un sacco di risate. Verso l’una, dalla porta piena di adesivi di Gesù Cristo e preghiere varie che separa la “cabina di pilotaggio” dal resto del mondo, vedo sbucare il controllore-steward con un sacchetto pieno di crackers e dei bicchieri. Come nelle compagnie aeree che si rispettano, anche qui è giusto rovinare il sonno ai passeggeri per offrirgli una secchissima galletta e una bevanda zuccherata. Il tipo inizia a distribuire ad ognuno un bicchiere di plastica vuoto ed un pacchetto di crackers, arriva anche a me e si deve piegare per raggiungere l’altezza caviglie alla quale mi trovo e consegnarmi il materiale da rinfresco ambulante. Poi mi dice qualcosa come – Perdoneras un ratito no mas senor! – in Italia i controllori notturni dei treni ti trattano nella maggior parte dei casi come un delinquente se sei steso educatamente senza scarpe sui sedili, qui invece mi avevano appena chiesto perdono e chiamato signore per permettergli di passare un attimo dietro di me ed aprire un mobiletto dove c’erano delle bottiglie: nonostante fossi steso in fondo vicino al bagno, rimanevo comunque un cliente da nove dollari che meritava rispetto e riverenze varie come dovrebbe essere in tutti i mezzi del mondo. Il gentil-steward quindi prende una bottiglia di aranciata, torna verso i primi posti ed inizia a versarne un bicchiere ad ogni viaggiatore.  Se versare un paio di bicchieri d’acqua in macchina sulla nostra A14 comporta comunque una certa attenzione, immaginate versare cinquanta bicchieri di aranciata con una bottiglia da tre litri, in piedi e al semibuio, su un bus lanciato in quarta sulle Ande, equivale più o meno a versare dello spumante in piedi sul tagadà al luna park … Mi sono goduto la scena dal basso della mia prospettiva che rendeva il tutto ancora più comico: il professionalissimo controllor-metres di bordo doveva contorcersi e dare dei colpi di avambraccio non indifferenti per attutire le buche e cercare di centrare i bicchieri con l’aranciata, più di una volta ha versato quella cosa giallastra e appiccicosa su delle innocenti giacche o sulle scarpe di ignari passeggeri e poi si guardava intorno furtivo per rendersi conto se qualcuno lo avesse notato. Io le ho notate tutte e morivo dalle risate fino a quando è arrivato praticamente sopra di me per servire i due che erano ai sedili che mi stavano di fianco. Ho smesso di ridere per un attimo e lo guardavo negli occhi come per comunicargli che non mi andava di fare il viaggio inzuppato da un’ aranciata di quarta categoria, in effetti lui lo ha notato ed è stato attentissimo: neanche una goccia, salvo! Poi si è piegato come per prendere il mio bicchiere, ma io gli ho fatto sorridendo – No gracias … – e pure lui si è messo a ridere. Felice di questa piccola puntata in diretta di Mr Bean e ripensando alla brutta artificialità loca di Atacames, la Rimini d’ Ecuador, ho trovato la posizione più comoda di tutto l’autobus e mi sono addormentato cullato dalle sospensioni posteriori.
Mi sono svegliato un’ oretta prima dell’arrivo quando è finalmente sceso qualcuno ed il controllore equilibrista mi ha informato che si era liberato un posto per me. Mi sono alzato e l’ho subito occupato, anche se in realtà non poteva essere più comodo del mio accampamento.
Arrivati a Quito alle prime luci dell’ alba ho preso al volo il bus delle sei per Tena, trovando anche il tempo di una rinfrescata in bagno. Mentre uscivamo dalla città, già movimentata dalle auto scarburate a quell’ora, per la prima volta sono riuscito ad apprezzare la vallata dentro cui si trova Quito, la seconda capitale più alta del mondo, l’ aria era finalmente ancora abbastanza limpida per godersi le montagne, i crateri quasi lunari del Pichincha ed il ghiacciaio del vulcano Cayambe in mezzo all’azzurro ed al rosa del mattino presto. Ancora una volta una montagna russa, ancora una volta dall’ Oceano alle Ande in una notte, ancora una volta qui il tempo, lo spazio ed anche la propria posizione hanno altri significati, decine di ore di viaggio, come andare a farsi un weekend a Stoccolma in auto, cose che ancora non ci si riesce a spiegare, ed, ancora una volta, la discesona verso la verde Amazzonia, lungo i fiumi che al di là del mio finestrino nascono piccoli e che si buttano enormi nell’altro Oceano, l’ Atlantico, quasi a casa …

Annidieci: 1°bollettino spaziale di informazione locale e universale

03/05/2010

(da leggere come  leggono il telegiornale)
I fiumi Pano, Tena, Napo e Misahualli si sono stabilizzati nelle ultime tre settimana ai lori livelli regolari, quasi sono tornati ad essere cicloattraversabili. Secondo una delle più plausibili ricostruzioni delle cause dell’ alluvione del sei aprile, il letto del fiume Tena è stato bloccato a monte, dalle parti di Moyuna, a causa di uno smottamento in una zona deforestata, creando così una laguna provvisoria che poi è venuta giù con un secondo smottamento riversandosi nel fiume e provocando l’ ondata di piena responsabile del disatro.
Il Cafè Tortuga, riaperto da una decina di giorni, viene chiuso dal nuovo commissario di polizia proprio durante la festa, tra l’altro privata, che celebra la sua sopravvivenza all’amara violenza dell’acqua dolce e i suoi ormai prossimi cinque anni di esistenza. Lo stesso commissario, stile ti-faccio-il-culo-anche-se-ho-una-giacca-di-pelle-con ventisette-gradi-e-novanta-percento-di-umidità-in-amazzonia, non perquisisce invece i tanti negozi che, qui come in giro per tutto il paese, stanno nascondendo i sacchi di zucchero nei retrobottega per inscenare una scarsa offerta del prodotto e poter quindi praticare un prezzo maggiore dei trenta centesimi al chilo, troppo basso a loro dire, rispetto ai quarantacinque che pagano invece in Colombia, ignorando l’esistenza delle differenti condizioni endogene di quel mercato, mezzi-embarghi e ladri di strada.
La stampa mondiale, invece, non ignora i vulcani in eruzione che mettono in crisi la mobilità aerea del mammifero bipede homo sapiens, il quale però non sapiens che una chilometrica macchia nera nel mare blu non svanisce come una nube di polvere nera in mezzo al cielo blu, eppure ormai tutti i sapiens sapientini conoscono, spiegano e ammoniscono su come il catrame faccia male ai polmoni. Caso strano Taranto, dove si ignora senza ignorare. Invidiare le ciminiere perchè hanno sempre da fumare. L’ignoranza si spande a macchia di petrolio. Il petrolio si spande a macchia d’olio, ma gli uccelli non hanno lo smacchiatutto.
In un paese lontano, il primo ministro accetta le opinioni divergenti dei suoi compagni di squadra come Balotelli accetta i fischi del suo pubblico. Al primo ministro mancano i capelli della fronte, Balotelli ha solo i capelli della fronte, i due sono complementari: probabilmente Balotelli sarà il prossimo presidente della camera, il primo presidente della camera nero, ma un certo Bossi, nato a qualche chilometro dall’ abbronzatissimo Balotelli, dice che il nero sporca le poltrone, e ricorda di quando un suo eroico amico ecologista di nome Borghezio, nato giusto qualche decina di chilometri più in là,  fu costretto a viaggiare con lo spruzzatore per smacchiare i sedili dei treni dove si sedeva la gente come Balotelli.  E’ dato per certo, invece, che Borghezio-smacchiatutto questa volta non ripeterà le sue gesta con lo sporco impossibile della macchia nera nel mare blu, poichè, dice, là non ci si può andare in treno, ma racconta di come alcuni suoi compagni di scorribande stiano già lavorando ad un progetto che unisca la genialità del ponte sullo stretto e dei treni ad alta velocità: il ponte ferroviario ad alta velocità transoceanico, che dicono sarà bio-eco-etico-sostenibile.
Diversamente dagli ultimi quarant’anni, l’ Inter è in finale di coppa campioni e non esistono più la Juve, il Milan le mezze stagioni. Intanto all’ equatore, come nelle ultime decine di migliaia di anni, l’ atmosfera è meno densa rispetto al resto del pianeta, regalando una luna enorme quando viene su e piccolissima quando è in cima al cielo, albe e tramonti brevissimi che se il cielo è limpido convivono con una quantità strabordante di stelle.
Le stelle sono tante milioni di milioni, come quelli bruciati in settimana dalle borse europee, mentre i pompieri tedeschi storcevano il naso e si offendevano pure, intanto i greci si risvegliano da un giorno all’ altro nell’ Argentina di dieci anni fa e sono in dubbio se andare in giro ancora con gli euro in tasca, o rispolverare le banconote del monopoli. Il Fondo Monetario Inter-anal-nazionale guarda alla situazione come Caronte guardava i malati terminali di lebbra, cioè remo alla mano, con l’unica differenza che Caronte non lavorava per l’interesse dei creditori, era un impiegato pubblico.
Mentre i nuovi attivisti politici lottano il sistema cliccando col ditino rivoluzionario mi-piace su facebook, invece di sfondare porte e portoni e, mentre i moderni odiatori del calcio moderno pagano per la parabola invece di seguire la squadra del quartiere, la Polverini celebra il Venticinque aprile a Roma, giusto perchè il novantanove percento dei partigiani superstiti ha problemi di salivazione dovuti alla vecchiaia e non può più sputare in faccia come ai tempi d’oro di Piazzale Loreto, ma qualcuno rimprovera che è da maleducati scostumati sputare sui cadaveri appesi ad una pompa di benzina, non lo è invece cospargere di benzina campi nomadi, barboni e negri. Al primo maggio si canta come sempre, ma il novanta percento del pubblico di Piazza San Giovanni è disoccupato ed il cento per cento di quelli che hanno visto il concerto a casa in televisione, è rimasto a casa davanti alla televisione.
Meteo. Qui in Amazzonia ecuatoriana il primo maggio ha piovuto tutto il tempo e i bambini hanno giocato come sempre. Il due maggio c’è stato il sole tutto il giorno e i bambini hanno giocato come sempre, ma su un muro c’è una scritta nuova, dice: Viva el 1° de mayo. A parte il due maggio, sembra che questi anni dieci saranno caratterizzati da nuvole e pioggia: stretti stretti intorno alla capoccia, i pidocchi fan la doccia.

E io … speriamo che me la cavo …

27/04/2010

il mio amico Edison si scaccola infastidito ...

Essere passato da anonimo studente fuorisede a rispettatissimo “profesor” o “señor” in maniera repentina ed imprevisa, comporta difficoltà …
Ecco cosa hanno scritto alcuni dei bambini (wawas in kichwa) che lavorano con me durante le lezioni pomeridiane durante il compito <<scrivi dieci frasi con il tema “mi profe” >> …

MI PROFE ES MUY MALO -il mio prof è molto cattivo
MI PROFE ENSE
ñA MATEMATICA – il mio prof insegna matematica
MI PROFE ESTA’ DE VACACIONES – il mio prof è in vacanza
MI PROFE ES MUY ALTO – il mio prof è molto alto
MI PROFE SE MURIO’ CON SIDA – il mio prof è morto di aids
MI PROFE ES MUY LENTO – il mio prof è molto lento
MI PROFE TIENE CIEN A
ñOS – il mio prof ha cento anni
MI PROFE ES GOLOSO – il mio prof è goloso
MI PROFE ES BONITO – il mio prof è carino
MI PROFE ME COMPRO’ UN REGALO – il mio prof mi ha comprato un regalo
MI PROFE JUEGA AL FUTBOL CON LOS NI
ñOS CHIQUITOS – il mio prof gioca a calcio con i bambini piccoli
MI PROFE ES VIEJO – il mio prof è vecchio
MI PROFE SE PONE ARETE – il mio prof si mette l’orecchino
MI PROFE ES FLACO – il mio prof è magro
MI PROFE ES PEREZOSO – il mio prof è pigro
MI PROFE ESTA’ EN QUITO – il mio prof è a Quito
MI PROFE ESTA’ EN EL CAMPO – il mio prof vive in campagna
MI PROFE TIENE HIJOS – il mio prof ha figli
MI PROFE TIENE 20 A
ñOS -il mio prof ha 20 anni
MI PROFE ES BUENO Y CHISTOSO – il mio prof è buono e simpatico
MI PROFE REGA
ñA A LOS NIñOS – il mio prof rimprovera i bambini
MI PROFE SE CAGO’ EN EL PANTALON – il mio prof si è cacato nei pantaloni
MI PROFE ES VALIENTE – il mio prof è forte
MI PROFE ES MUY GRANDE – il mio prof è molto grande
MI PROFE TIENE MUCHAS MUJERES – il mio prof ha molte mogli
MI PROFE SE VA A LA DISCOTECA – il mio prof va in discoteca
MI PROFE TIENE PELO SUCO – il mio prof ha i capelli ricci

e in mezzo a tutto ciò … io … speriamo che me la cavo …

Colorìn colorado el cuento se ha acabado

Profe Andrès


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